La canzone del bambino nel vento - La potente invettiva di Guccini contro la crudeltà dell’uomo
 
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    Mattei Riflessioni 27/01 27/01

    La canzone del bambino nel vento

    La potente invettiva di Guccini contro la crudeltà dell’uomo

    “Auschwitz” è indubbiamente una delle più celebri canzoni di Guccini, simbolo della sua partecipazione ai drammi umani e del suo intendere la musica non solo come passatempo, ma come strumento di denuncia .

    Egli prende in esame il tema dell’Olocausto, ma nella seconda parte della canzone trascende tale contesto per abbracciare una più estesa riflessione sulla crudeltà dell’uomo.

    Da lì è iniziato tutto, o almeno è iniziata la storia artistica di Francesco Guccini, e per molti versi anche di una certa canzone italiana più impegnata e densa di contenuto.

    Guccini scrisse “Auschwitz”, anzi “La canzone del bambino nel vento” molto presto, addirittura nel 1964, un paio d'anni prima che fosse pubblicata per la prima volta su disco. In realtà era già un piccolo grande passo avanti, perché in quel periodo circolavano solamente cover di brani inglesi e americani, e già accogliere un pezzo di uno sconosciuto e agguerrito cantautore era qualcosa. Tanto più visto che si trattava di un testo complesso, di una potente invettiva contro l'Olocausto e la tendenza umana alla guerra.

    Rock, folk e testi di carattere antimilitarista e pacifista erano di stretta pertinenza angloamericana con poche eccezioni. E quindi la canzone di Guccini lasciò un segno profondo e iniziò a crescere nella memoria collettiva, fino a diventare l’emblema di un modo di far canzoni.

    Il testo di “Auschwitz” è a due voci: la più toccante, quella che arriva dritto al cuore, è quella di un bambino, il protagonista che “è morto con altri cento, passato per un camino e adesso è nel vento”; la seconda è invece quella dello stesso Guccini, che si pone alcune domande retoriche che a distanza di  anni ancora oggi non trovano risposta come: “L'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare?”.

    Non si può ignorare in questo pezzo la presenza del vento, vero elemento costante. Il vento che sembra leggero e spensierato è, in realtà, opprimente del peso di tutti quei morti, è un vento irrequieto che sembra schiacciare l’uomo gettandogli addosso le sue colpe, accusandolo con l’innocente, ma per questo più dura, voce di un bambino. In tutte le strofe esso è accompagnato da qui, ancora, adesso, a sottolineare come si stia parlando di qualcosa di presente e attuale su cui è necessario riflettere. Pensare, però, non basta, bisogna agire e cambiare, solo così “il vento si poserà”.

    Purtroppo “belve umane” e lager esistono ancora e non smettono mai di stupire dolorosamente. Non sono più quelli col filo spinato, sono lager morali, lager dell’indifferenza dell’uomo, dell’odio per i diversi, del sospetto verso coloro che fuggono da situazioni di guerra e povertà e fame.

    Bisogna mantenere viva la memoria anche se non sempre la storia insegna. C’è sempre il rischio che si dimentichi e non è vero che della Shoah abbiamo parlato abbastanza ed è ora di voltare pagina. Mai dimenticare quello che è successo.

    di Sara Farina


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