Vent’anni fa ci lasciava Fabrizio De Andrè - Pochi come lui hanno esplorato l’animo umano con tanta intensità
 
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Mattei Persone 11/01 11/01

Vent’anni fa ci lasciava Fabrizio De Andrè

Pochi come lui hanno esplorato l’animo umano con tanta intensità

11 gennaio 1999, vent’anni sono passati da quando Fabrizio De Andrè se ne è andato lasciando un vuoto, per non dire una voragine, nel panorama della musica italiana. Vuoto colmato dalla sua opera.

Un artista a tutto tondo, che ha sempre preferito la definizione di cantautore a quella di poeta spesso associatagli. Perché in De Andrè le parole avevano un peso importante e la parte musicale, soprattutto da un certo momento in poi della sua carriera, è sempre stata altrettanto curata. Sin dai primi anni ’70, emerge il De Andrè più politico che racconta il ’68 e il maggio francese, gli album di questo periodo, tra cui il famoso “Storia di un impiegato”, sono arrangiati da Nicola Piovani.

Lui, nato sugli chansonnier francesi, si apre al folk e al rock americano, grazie a Francesco De Gregori.

Nel 1979 c’è l'incontro decisivo, quello con la Pfm, due mondi apparentemente differenti, tanto contestati dai fan, si sovrappongono. È così che le parole di Faber si sposano con gli arrangiamenti del più celebre gruppo prog italiano. Da quell’esperienza De Andrè ne uscirà con un’attenzione per la ricchezza sonora mai sperimentata prima di allora. “L’indiano” è un singolo che scrive subito dopo l’esperienza del rapimento in Sardegna. E poi “Creuza de ma”, considerato uno dei tanti capolavori elaborato a metà degli anni ’80.

Apertura verso l’altro, il diverso e l’emarginato. Nell’opera di De Andrè questa è una costante indispensabile nel racconto musicale. Ha collaborato continuamente con colleghi per ampliare le proprie vedute e mettere a confronto le diverse idee.

E allo stesso tempo pochi hanno esplorato l’animo umano con la stessa profondità e la stessa perspicacia usata nelle sue canzoni. De Andrè parlava dell’uomo di oggi. In maniera impietosa, feroce, mai retorica.

E l’uomo che più gli interessava era quello messo ai margini, lui pure che arrivava da un’estrazione borghese mal sopportata e alla quale si ribellò sin dall’inizio. Assassini, galeotti, zingari, ladroni. Sono questi molti dei personaggi che animavano il suo universo e ritrovavano una dignità negata altrove.

La sua voce e il suo pensiero mancano oggi più che mai in un periodo storico in cui avere un pensiero sembra essere una colpa. Lui che ha studiato poeti e letterati per meglio capire il mondo e restituirlo con profondità. Lui che ha detto di credere di essere considerato un punto di riferimento perché, avendo avuto dei punti riferimento culturali precisi, ha potuto tramandarli e restituirli alle generazioni successive alla sua.

“Era intelligente, geniale, allegro, spiritoso, squinternato, un po’ vanitoso, snob: non era triste, come voleva l’immagine pubblica che gli avevano dipinto addosso”. Così Paolo Villaggio salutò l’amico di una vita Fabrizio De Andrè.

di Sara Farina


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