Brunori Sas vince il premio di Amnesty International - “L’uomo nero” è il miglior brano sul tema dei diritti umani
 
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    Mattei Riconoscimenti 30/03/2018 30/03

    Brunori Sas vince il premio di Amnesty International

    “L’uomo nero” è il miglior brano sul tema dei diritti umani

    “E tu, tu che pensavi che fosse tutta acqua passata, che questa tragica misera storia non si sarebbe più ripetuta, tu che credevi nel progresso e nei sorrisi di Mandela, tu che pensavi che dopo l’inverno sarebbe arrivata la primavera: e invece no”.

    C’è molta malinconia ne “L’uomo nero ”, una delle canzoni dell’ultimo album di Brunori Sas, premiata da Amnesty International Italia, che da quindici anni sceglie il miglior brano dell’anno sul tema dei diritti umani.

    Una canzone contro l’intolleranza, malinconica e nostalgica di un tempo di speranze che pochi anni fa sembravano vicine, contro chi disprezza una pacifica convivenza e al progresso preferirebbe, invece, un ritorno al passato. C’è quasi una speranza alla fine, perché al momento di sconforto di chi “sorseggia l’ennesimo amaro seduto a un tavolo sui Navigli e pensa: in fondo va tutto bene, mi basta solo non fare figli”, la canzone risponde: “E invece no”.

    Non basta rassegnarsi, rinunciare a costruire il proprio futuro, non basta nascondersi. Anche se una canzone non cambia il mondo, come Dario Brunori canta: “Io che pensavo che fosse tutto una passeggiata, che bastasse cantare canzoni per dare al mondo una sistemata”, una canzone come questa può comunque fare molto per migliorare il clima pessimo che in questo momento circonda il tema dei diritti umani.

    “L’uomo nero” parla al cuore e alle emozioni ed è, oltre che una canzone bella, anche una canzone utile.

    Il cantautore cosentino la sua canzone la racconta così: “Ho avuto difficoltà a scriverla perché, visto il tema, era facile cadere nella retorica anacronistica del cantautore militante, in un’invettiva scontata contro le piccole e grandi derive xenofobe degli ultimi anni. C'è una buona dose di amarezza ma anche la denuncia, anche autocritica, di quell'approccio ignavo che tende a non occuparsi concretamente di certi fenomeni, a ridicolizzarli o a non dargli eccessivo peso. Si tratta di un terreno scivoloso, ma spero di essere rimasto in piedi: e questo riconoscimento, in qualche modo, me ne dà conferma.”

    Sara Farina


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